16 Gen, 2019

Fare comunicazione per sé stessi è la cosa più affascinante del mondo. Ed è impossibile. Soprattutto per chi lavora nella comunicazione.
È affascinante, perché inizi a scavarti dentro, a farti domande esistenziali sulla tua attività. Ti investighi e ti scavi e ti riscavi e poi ti rivolti come un calzino. Poi non ti basta e ti intervisti, ti scrivi le domande e le risposte che manco Marzullo ai tempi d’oro.
E poi non concludi un bel niente. Stop. Ne ho avuta piena conferma, anche se lo affermo da molto tempo. Paradossi da freelance.

Non puoi essere oggettivo su te stesso

A volte qualche isolata illuminazione ti viene. Ti sembra, che ne so, di aver avuto l’idea per il restyling del logo: provi a farlo tu. Perdi un sacco di tempo e fa schifo (ovviamente: credevi di esserti svegliata una bella mattina chiamandoti Milton Glaser?). Provi a farlo fare a un graphic designer: bello il logo, però… Però nada, manca sempre qualcosa.
Manca la complessità, la visione d’insieme oggettiva di quello che sei, che puoi dare davvero grazie a come fai il tuo lavoro e a come ti approcci alla gente.
E perché manca questa visione oggettiva? Perché a fare l’analisi strategica sei stata tu stessa. Da sola, per altro. E davvero tu pensi di essere oggettiva su te stessa?
Suvvia, sarebbe come pensare di auto-psicanalizzarsi!

La mia parola del 2019 è imperfezione

Nel tentativo di limitare le spese che il mio regime forfettario non apprezza molto (stiamo lavorando – io e il mio nuovo assistente – per liberarcene il prima possibile, giuro), da quando ho aperto Partita IVA ho aiutato molte persone a gestire e avviare la loro comunicazione, ma non me stessa.

La mia parola del 2019, però, è imperfezione. Non intesa come “fai le cose male”, ma intesa come: fai le cose, anche se il momento, la condizione, le circostanze, la vita non ti sembrano perfetti. Perché altrimenti non le farai mai.

E allora all’inizio del 2019 ho deciso che non era proprio più il caso di predicare bene e razzolare malissimo.
Prima di tutto ho fatto un piano marketing annuale molto coraggioso (e mi convince molto più di quelli cauti), mettendoci dentro un budget per il marketing decisamente più elevato dei precedenti due anni.
La prima parte di questo budget l’ho investito per invitare Tamara di Officine Oniriche, di cui ho sempre guardato a bocca aperta i lavori, ad aiutarmi a ricostruire e definire la mia visual identity. E lei ha accettato!

Due occhi nuovi per guardarsi

Conosco molti grafici e visual designer “personalmente” e con uno ci convivo anche. Ma avevo bisogno di dare davvero una svolta alla mia brand identity, iniziando dal visual e avevo bisogno di due occhi professionali che non si fossero mai posati su di me prima, se non magari solo per una veloce occhiata.

Ho già dato a Tamara alcune indicazioni su quello che credo di volere: mettere mano su tutto, ma conservare la mia libellula.
La libellula è mia perché ancora mi ci ritrovo, perché riflette il mio modo di lavorare, che cerco di rendere sempre agile e capace di cambiare direzione veloce veloce, se serve ad arrivare all’obiettivo. La libellula era stata un’idea del grafico del mio cuore ed era stata un’idea azzeccatissima. Semplice e perfetta. Quindi lei resta.

Per tutto il resto, non vedo l’ora di avere aggiornamenti da mostrare!
Sono super emozionata!
La prima call è prestissimo (argh!). Sarà per quello che ho di nuovo fatto quel sogno in cui non studio per l’esame di storia della maturità di quasi vent’anni fa, santo cielo?

Di argomenti come questo e simili, parlo meglio nella mia pseudo-newsletter, Libellula, che arriva svolazzando più o meno una volta al mese.

Ok, voglio Libellula!

Libellula nasce per parlare di argomenti legati al lavoro da freelance, ma anche di passioni e cose interessanti che scopro. Quando ci sono grandi cambiamenti nel mio sito (servizi nuovi, servizi eliminati, nuove offerte...), potrei volerti informare, ma questo tipo di messaggi saranno sempre minori rispetto al resto.
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