6 Mar, 2017

Perché l’istinto deve essere amato da un buon comunicatore? E perché deve essere allo stesso tempo temuto?

L’istinto inteso come mancanza di progettazione, calcolo, strategia, è ciò che viene considerata più che altro disorganizzazione e la disorganizzazione, in qualsiasi percorso che abbia un obiettivo, ha 9 volte su 10 risultati pessimi.
Alcuni esempi.

  • Non si può decidere di scrivere un articolo di blog ogni volta che sia ha “l’ispirazione” e lasciare vivere lunghi silenzi e momenti di vuoto se quell’ispirazione manca. Il nostro pubblico si stancherà di venirci a cercare, si sentirà illuso e un po’ infastidito dal nostro comportamento incostante. Non si fidelizzerà e quando pubblicheremo qualcosa probabilmente nemmeno se ne accorgerà.
  • Non si può decidere di prediligere una palette cromatica per il nostro sito web solo perché quella palette ci piace, ci fa sentire bene “a pelle”, ci comunica istintivamente positività o successo. I cromatismi hanno precise e importanti conseguenze nell’esperienza di un nostro visitatore o lettore: la scelta di una gamma di colori piuttosto che un’altra, può incidere molto profondamente sulla modalità di fruizione di ogni nostro contenuto e quindi la scelta dovrebbe essere fatta conoscendo il nostro pubblico e i nostri valori. Andrebbe fatta trovando il giusto connubio tra ciò che sentiamo rappresentare noi stessi e il nostro prodotto e ciò che sappiamo guidare emotivamente e cognitivamente il nostro lettore.
  • Allo stesso modo non è bene scegliere uno strumento di comunicazione (Twitter piuttosto che Facebook, Snapchat invece che una newsletter) solo perché istintivamente ci troviamo meglio con l’uno o con l’altro. A parità di potenzialità, è sempre bene prediligere lo strumento in cui ci riconosciamo di più, certo, ma se usassimo solo questo come metro per la scelta, ci troveremmo a sprecare molte opportunità e rischieremmo di avere in mano un mezzo che non riesce a raggiungere l’obiettivo che ci serve.

L’istinto però è anche il nostro miglior amico quando si parla di catturare e affascinare il nostro pubblico, se siamo delle piccole realtà o dei liberi professionisti.
Perché? Perché molto probabilmente stiamo parlando con rappresentanti di mondi (privati e/o professionali) del tutto simili al nostro.
Con loro condividiamo quasi sempre i percorsi culturali, i simboli dell’infanzia o dell’adolescenza, o forse dell’età adulta. Sappiamo tutti cosa si passa nel momento in cui si inizia a lavorare, a confrontarsi con i problemi amorosi, con una società di un certo tipo (italiana per esempio). Abbiamo in comune la conoscenza di grandi personaggi storici o dello spettacolo. Abbiamo fatti di attualità che ci colpiscono contemporaneamente, stesse paure e stessi dubbi sul futuro. E se non sono proprio gli stessi, sono molto simili.
L’istinto ci spinge a condividere con i nostri potenziali clienti degli interi universi di senso (fatti di ricordi, immagini collettive, simboli, personaggi, archetipi, emozioni). Poiché condividiamo con loro questi elementi importantissimi, possiamo essere istintivi quando parliamo di noi stessi (anche e soprattutto come professionisti), quando ci raccontiamo e raccontiamo da dove arriviamo e come mai siamo giunti fino lì. Insomma la nostra vera storia, quella più autentica e profonda, quella che ci viene davvero istintivo raccontare, è anche quella nella quale il nostro pubblico può riconoscersi per lunghi tratti. Umanizzarci, mostrarci nella nostra autenticità di essere umano nel suo percorso, oltre che come professionista, ci porta a stabilire un contatto molto forte con il nostro pubblico: un contatto emozionale.

Quindi sì alla condivisione di ricordi, di percorsi, di dubbi, di storie, di passaggi fondamentali della nostra maratona personalissima. Perché è ciò che ci porterà ad essere più identificabile, amabile e riconoscibile per chiunque si trovi a sentire, vedere, leggere o parlare di noi.

Ma con organizzazione ;).

E tu cosa ne pensi? Se più istintivo o più organizzato? Parliamone nei commenti!

Di argomenti come questo e simili, parlo meglio nella mia pseudo-newsletter, Libellula, che arriva svolazzando più o meno una volta al mese.

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