L’AI scrive meglio di noi (non meglio di Gospodinov, né di Nothomb, no…) e ha un suo stile molto preciso e riconoscibile
Uno studio pubblicato su Science Advances ha documentato un fenomeno affascinante e inquietante: l’AI rende i testi più creativi e meglio scritti, in riferimento ai testi di chi non scrive di mestiere o comunque non è di per sé un granché come scrittore. Però i contenuti AI-assisted si somigliano molto più tra loro rispetto a quelli puramente umani, come se fossero scritti sempre da un’unica mente, con determinati stili e specifici pattern molto ben riconoscibili. L’AI è un ghost writer, insomma, che scrive per moltissime persone. E come tutti i ghost writer avrebbe bisogno di un editor, che raramente ha.
Ecco il Paradosso della Creatività Democratizzata: stiamo diventando tutti più bravi individualmente, ma collettivamente irriconoscibili tra di noi. È come se avessimo inventato un autotune per i testi, che li rende tutti intonati, ma che, a differenza di quello musicale, deforma anche il timbro e lo rende identico tra i diversi scritti.
Non è né una catastrofe né una rivoluzione. È una trasformazione che richiede consapevolezza per essere navigata.
Il rischio è, semplicemente, passare totalmente inosservati.
Scrivi meglio e scrivi di più. Tutto oro…? No, però luccica!
Iniziamo dalla faccenda tosta. L’AI sta creando un effetto “omologazione creativa”. Non è un’opinione, è un dato misurabile: i testi generati con supporto AI mostrano una varianza stilistica significativamente inferiore rispetto a quelli puramente umani.
Sono simmetrici, assomigliano all’architettura brutalista con “Bloc” sempre uguali, ripetuti, solidi e, diciamolo, un po’ inquietanti.
Dal punto di vista sociolinguistico, stiamo assistendo alla nascita di un “socioletto digitale“ – un modo di esprimersi influenzato dall’interazione uomo-macchina. Il rischio concreto è che tra cinque anni tutti i brand suonino come variazioni dello stesso template algoritmico.
È qualcosa di più di avere un “accento”, una “parlata”, una “cadenza” simile agli altri: è avere delle strutture di comunicazione comuni, dalle quali non si riesce più a uscire.
Il motivo?
L’Intelligenza Artificiale è fortissima a elaborare dati, dare spunti, mettere insieme informazioni anche molto distanti tra loro, ma non è in grado e per ora si prevede che non sarà mai in grado di rompere le regole.
È la gentrificazione applicata al linguaggio: efficiente, pulita, prevedibile. E terribilmente noiosa.
Cosa fare? Documentare sistematicamente la tua “voce pre-AI”. Prima di usare qualsiasi strumento, scrivi tu 500 parole (nuove) sull’argomento che stai per approcciare, senza supporto. Quello è il tuo baseline umano. Ogni volta che usi l’AI, confronta il risultato con questo baseline e chiediti: sto mantenendo la mia unicità o sto convergendo verso il template?
L'opportunità vera: la competenza si fa democratica
Ma c’è anche l’altro lato della medaglia. Per la prima volta nella storia, il gap tra “chi sa comunicare” e “chi ha idee brillanti ma non sa esprimerle” si sta riducendo drasticamente.
L’AI sta eliminando le barriere tecniche alla comunicazione efficace. Il piccolo imprenditore può ora competere comunicativamente con la multinazionale. Il ricercatore introverso può far arrivare le sue scoperte al grande pubblico.
È una democratizzazione reale, non solo retorica.
E poi si tratta anche di un aiuto quantitativo, oltre che qualitativo.
Molto spesso, il freno a una buona strategia dei contenuti online era data dalla mancanza di tempo e risorse (specie per le piccole realtà). Ora, con la scelta degli strumenti giusti e la giusta impostazione degli asset iniziali, il problema tempo e scarsa produttività si neutralizza. Letteralmente.
Come sfruttare tutto questo? Trova i tappi di bottiglia dei tuoi processi e rivolgiti a chi può aiutarti a sbloccarli con automazioni e AI. Da lì in poi è tutto in discesa (almeno un po’). Il valore si sposta dall’esecuzione tecnica alla visione strategica.
L'evoluzione intelligenza: da creatore a curatore (e non è banale affatto)
Il cambiamento in corso è irreversibile. La creatività si sta spostando dalla generazione alla “curation”, dall’esecuzione alla direzione artistica. Non è automaticamente buono o cattivo – è semplicemente la nuova realtà. Al momento, senza controllo, i contenuti generati da AI sono potenzialmente delle bombe piuttosto pericolose.
Il copywriter del futuro sarà più simile a un direttore d’orchestra che a un musicista solista. Deve saper orchestrare intelligenze multiple: umane, artificiali, collettive.
Cosa conviene fare?
Sviluppare un proprio “stile curatoriale”. Invece di identificarsi come “quello che scrive bene”, inizia a identificarti come “quello che sa riconoscere, selezionare e combinare elementi creativi per raggiungere obiettivi specifici”. È un mindset shift fondamentale.
L’AI impara da pattern esistenti e li ottimizza. Ma questo al momento significa più che altro convergenza verso soluzioni “migliori” secondo metriche predefinite.
Non c’è mai ragionamento, dietro l’AI. C’è tendenza alla cosa più plausibile, sempre e solo questo. E più plausibile vuol dire, spesso, più comune.
Il risultato è una pericolosa uniformità performativa: tutto funziona bene, ma tutto si assomiglia, nessuno ha più una personalità concreta.
È come se tutti i ristoranti del mondo iniziassero a usare le stesse ricette “scientificamente perfette”. Tecnicamente ineccepibili, esistenzialmente devastanti.
Meta-creatività: ovvero quando la narrazione si guarda allo specchio e fa le smorfie
Se ti sei perso il caso Jianwei Xun – ovvero il filosofo più famoso che non sia mai esistito – ? Non preoccuparti: non era una truffa nigeriana, ma il più riuscito esperimento meta-letterario degli ultimi tempi in Italia. “Ipnocrazia”, il libro attribuito a questo eminente non-personaggio, è stato scritto a più mani (alcune umani, alcune digitali) da Andrea Colamedici e una squadra di collaboratori, insieme all’AI, proprio per vedere cosa succedeva a infilare un autore inventato nel circo mediatico globale. Spoiler: il pubblico ci è cascato in pieno, la stampa pure, e intanto noi qui a parlare di meta-creatività.
Il testo è comunque geniale: già inizialmente apre con la narrazione di un fantomatico “Esperimento di Berlino”, che si basava su un testo di filosofia sulla narrazione della realtà, scritto da un accademico inesistente. Specchi negli specchi. Leggetelo, che è meglio!
Ma facciamo un passo indietro.
Cosa vuol dire, in pratica, “meta-creatività”?
È il momento in cui la creatività smette di occuparsi solo di “cosa raccontare” e si diverte a smontare, rimontare, prendere in giro e hackerare il “come” e il “chi”.
È la differenza tra inventare una storia nuova e inventare, direttamente, l’autore della storia o l’atto dello scrivere la storia stessa. Che non è proprio lo stesso mestiere di raccontare barzellette allo zio a Natale.
E oggi che abbiamo l’AI sempre pronta, la meta-creatività diventa una specie di laboratorio permanente: non si tratta solo di scrivere un testo, ma di creare sistemi, workflow, identità “liquide” che vivono a metà tra vero e fake.
Hai mai sentito parlare della SCP Foundation, quell’enciclopedia di cose e mostri mai esistiti che milioni di persone trattano come realtà alternativa?
Benvenuto nel club degli architetti della meta-narrazione.

Un esperimento di metanarrazione e collaborazione profonda tra AI e creatività umana
Ipnocrazia, un testo sperimentale di Andrea Colamedici pubblicato da Tlon, che tra la fine del 2024 e l'inizio del 2025 è diventato un caso letterario per aver rivelato solo molto dopo la pubblicazione il fatto che l'autore, Jianwei Xun, fosse completamente inventato e che il testo fosse il risultato della scrittura collaborativa di menti umane e artificiali. In sé e per sé, il testo è una gustosissima trovata metaletteraria che lancia profonde riflessioni sulla materia stessa della nostra realtà percepita.
Perché interessa chi lavora nella comunicazione e nel branding?
Perché la meta-creatività è la nuova palestra del differenziarsi. In un mondo in cui chiunque può scrivere (anche bene, anche “troppo” bene, grazie AI), il punto non è più solo “creare contenuti originali”. È inventarsi nuove regole del gioco, cambiare la cornice, sorprendere chi è abituato ai pattern. Bucare l’ennesima parete.
Significa saper progettare non solo storie, ma sistemi per farle nascere, ambienti che producono narrazioni e, diciamolo, anche un po’ di sano disorientamento.
Occhio però alla sindrome della pseudo-autenticità. Perché il rischio vero non è tanto quello di essere “copiati”, ma quello di sembrare autentici senza esserlo per niente. L’AI è bravissima a tirare fuori dettagli che “sembrano veri”, ma se dietro non c’è la tua esperienza, la tua voce, la tua incrollabile capacità di sbagliare in modo creativo… si sente. Si sente eccome.
Che fare, allora?
Abbraccia la meta-creatività come si abbraccia il paradosso, il sogno e un paragrafo senza senso di Cărtărescu: con curiosità, ironia, un po’ di reverenza e la consapevolezza che le regole oggi valgono, domani chissà.
- Racconta i tuoi workflow come racconti di viaggio (non come report di fine trimestre).
- Metti nei tuoi testi dettagli che solo tu puoi conoscere (sì, anche quell’aneddoto imbarazzante).
- Sperimenta, sbaglia, documenta. E quando l’AI ti offre il solito “modello perfetto”, sporcati le mani e trova l’errore utile.
- Quando tutti parleranno la lingua del template, tu lancia una parola in dialetto. Vedrai che ti ricorderanno.
La meta-creatività è saper creare le regole… e poi riscriverle, con il tuo timbro sopra.
E anche se ogni tanto lo specchio distorce, vuoi mettere la soddisfazione di vedersi riconoscere in mezzo al “copia e incolla” globale?
Il Pericolo della pseudo-autenticità
L’AI sta diventando così brava da generare contenuti che “suonano autentici” senza esserlo davvero. Stiamo entrando nell’era della pseudo-autenticità algoritmica: contenuti che hanno tutte le caratteristiche formali dell’autenticità ma sono vuoti di esperienza reale.
Il rischio è che il pubblico sviluppi una forma di “cecità all’autenticità” – l’incapacità di distinguere tra autenticità vera e simulata.
E allora? Investi nell’autenticità verificabile. Racconta storie specifiche, usa dettagli che solo tu puoi conoscere, fai riferimento a esperienze concrete. L’autenticità algoritmica è generica per natura – quella umana è specifica per definizione.
L'intelligenza collaborativa
Ma ecco l’aspetto più interessante: stiamo sviluppando una forma completamente nuova di intelligenza. Non più umana VS artificiale, ma intelligenza collaborativa. Un modo di pensare che emerge dall’interazione consapevole tra le due.
Proprio come ci ha insegnato Andrea Colamedici con l’esperimento di Ipnocrazia: non possiamo fare di meglio che collaborare con questa nostra strana, nuova, compagna di viaggio.
È come imparare una nuova lingua che non esisteva prima. All’inizio è faticoso, poi diventa naturale, infine apre possibilità di espressione che prima erano impossibili.
Come fare? Non ho di certo una risposta chiara. Sperimenta “conversazioni creative” con l’AI. Non usarla come strumento passivo ma come partner di dialogo. Poni domande, sfida le sue risposte, chiedi elaborazioni, crea loop iterativi. L’intelligenza collaborativa nasce dalla qualità dell’interazione.
Il controllo attraverso la consapevolezza
La chiave per navigare questo territorio non è né l’abbraccio acritico né il rifiuto nostalgico. È la consapevolezza operativa: sapere sempre cosa stai facendo, perché lo stai facendo, e quali effetti sta avendo su di te e sul tuo lavoro.
Ogni volta che usi l’AI, chiediti:
- Sto usando questo strumento o mi sta usando lui?
- Sto amplificando la mia creatività o la sto sostituendo?
- Il risultato suona come me o come l’algoritmo?
- Sto imparando qualcosa o sto solo delegando?
Il Paradosso della Creatività Democratizzata non ha soluzioni preconfezionate. È un territorio nuovo che stiamo esplorando in tempo reale. I pericoli sono reali – omologazione, dipendenza, perdita di autenticità. Ma lo sono anche le opportunità – democratizzazione, amplificazione, nuove forme di intelligenza.
La differenza la fa la consapevolezza. Chi naviga questo cambiamento con lucidità critica e sperimentazione coraggiosa ha la possibilità di restare sulla cresta di un’onda davvero interessante.
L’AI non è il nostro nemico né il nostro salvatore. È il nostro nuovo ambiente. E come in ogni ambiente, sopravvive chi sa adattarsi mantenendo la propria identità.
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