21 Nov, 2019

Mia nonna due giorni fa ha compiuto 93 anni. E quando esce la questione “età”, fa spallucce.
Se fa spallucce lei, dico, come faccio io a lamentarmi del tempo che passa?
È che ogni tanto è denso, ‘sto tempo.
È denso da prendere con il cucchiaino e provare a spalmarlo su qualche pagina, in modo da guardare in faccia le cose: quelle che succedono, quelle che dovevano succedere ma si sono perse per strada, quelle che riempiono un anno senza nemmeno essere viste. Un anno. Quest’anno.

Cos’è successo nel 2019? Giochiamo a trova le differenze dal 2018.

1. Iniziamo con il romanticismo.

Quest’anno ho incassato circa il 25% in meno dell’anno scorso. Meno soldi, meno tasse. Ma sempre meno soldi. E comunque le tasse picchiano lo stesso.
Quindi anche quest’anno si mette da parte qualcosa l’anno prossimo. Con buona pace di mia nonna, che non se lo spiega come questa ragazza così tanto brava a scuola non sia ancora diventata ricca. E ha la sua pensione da baby pensionata da mille mila anni (ti amo nonnina).

Ci sono motivi molto chiari per cui quest’anno ho fatturato meno.

  • Primo: ho smesso di avere paura e ho iniziato a mettere paletti. A clienti e collaborazioni. Non le ho chiuse, ma a chi mi chiedeva di fare da responsabilemarketing-deicontenuti-dellacomunicazione-dello sviluppoprodotto-dellerelazioniesterne-dellamensa tutto insieme, ho deciso di far presente che io mi occupo di contenuti.
    Pianifico, creo, ottimizzo, ti faccio la strategia dei contenuti. Specie i contenuti scritti.
    Sono una copywriter. Mi sto facendo abbastanza il mazzo per poterlo dire e dichiarare.
    Ti aiuto con i testi, con la UX, con i tuoi vari modi di parlare al mondo; ti aiuto anche a fare e far funzionare il tuo sito (sì i siti li faccio ancora perché mi piace troppo).
    Per il resto, assumi qualcun altro.
    Questo ha portato una riduzione dei contratti, sì, richiesta da me.
  • Secondo: ho mollato le collaborazioni tossiche, quelle che ti svegliavi alle sette del mattino e ti chiedevi quel giorno quale grana avrebbero tirato fuori. Quelle con i toni sbagliati, quelle che il rispetto poi facciamo un corso per impararlo. Ma perché?
  • Terzo. All’inizio dell’anno abbiamo terminato un trasloco, piuttosto laborioso, in cui altro che specializzazione! Facevamo tutto. Eravamo trasportatori, imbianchini, servizio pulizie, sgombro cantine, arredatori.
    La casa era grande, filtrava dentro una bella luce e avevamo colorato le pareti di un sacco di blu e verde e grigio bellissimi.
    L’abbiamo poi mollata a maggio, dopo 5 mesi, per tornare a vivere a Torino.
    Perché era ciò di cui avevo bisogno, perché Marco ha trovato lavoro qui e per una serie di allineamenti astrali di cui ancora non mi capacito. Meraviglia e gioia.
    Ma due traslochi in sei mesi ti piallano via il tempo (e anche un po’ di vita), specie se uno è comprensivo di ristrutturazione e l’altro a 400 km di distanza.

Ecco i motivi principali di questa flessione delle entrate e va benissimo così.
Ho ritrovato la centratura che serve per costruire. Una direzione più chiara. Ho imparato che mollare, lasciare andare, serve davvero a migliorare.
Mi sembra di aver recuperato un posto nel mondo, ma un posto “giusto”, onesto e coerente almeno con la me di adesso. Non è più semplice, ma è più promettente.

2. Non uso quasi più la macchina.

A parte che la mia dolcissima Ka, dopo anni di servizio da supereroina dell’automotive, era stanca.
Fusa anzi. Letteralmente.
In ogni caso la città non ci permette di usarla, la macchina: ci ama in questo senso e ci protegge dal prenderla. Ci minaccia da una parte dicendoci che usare le macchina genera lo stress di una riunione fiume fissata alle sette del mattino di un lunedì di novembre nella quale devi mettere d’accordo creativi, commerciali e informatici su un progetto che sta andando malissimo. Dall’altra ci dà tante, tante, tante possibilità per evitare di prenderla.
Quindi la macchina “di casa” resta parcheggiata per giorni e giorni, non spiegandosi il motivo di tutto questo riposo garantito.
È la svolta, la gioia quotidiana. Lo scarico di responsabilità. La libertà.
Viva il bike sharing. Viva il tram. Viva le camminate.

3. Ho (ri)preso a fare la spesa al mercato.

Torino è veracemente vintage ed è nota per avere questi mercati di quartiere belli, grandi, tutti i giorni. Io ne ho uno vicino vicino che è proprio di quelli: bello, grande, tutti i giorni.
Fare la spesa al mercato è calarsi nel mondo che non c’è più, che non vivo mai e che mi manca. Il mondo delle mani, dei respiri, della città fatta di vite vissute piano sullo sfondo (cit., sì). Il mondo che non sta pensando al wifi, che non fa foto, che ti allunga un pezzo di mozzarella per farti sentire quant’è buona, anche se non instagrammabile.
Il mondo che non profuma se non di melone e che brulica, ma di vita e non di hashtag.
È il mondo diverso, il mondo dimenticato. E toglie il fiato, fa sentire vivi e veri in un modo ormai raro.

4. Compro sempre meno cose.

Lo decantavo, lo proclamavo a gran voce, ma lui è entrato nella mia vita quando sono stata in silenzio. E gli si addice.
Il minimalismo.
Tanto di moda, quanto evanescente nella pratica.

Esiste invece, lo tocco, lo amo. Poche cose, belle cose. Non tutte devono essere vitali. Ma devono essere belle vere e devono avere il loro posto nella tua vita. Non un posto: il loro posto. Allora sì che vale la pena averle.
Del resto mi sto lentamente liberando.

Per concludere.
Il mio mantra per il 2020 sarà Stand Tall, Darling,
con o senza fenicotteri.

Voglio imparare a pesare davvero il valore delle cose: di me stessa, certo, ma anche del resto. Sono quasi del tutto uscita dalla concezione di “ora lavoro”. So che chi fa il mio mestiere vende “valore” e non tempo.
Ma deve diventare un vero dogma. Perché è ancora facile restare imbrigliati in quegli schemi da fabbrica dei bottoni nella quale ci hanno fatti crescere.

E quindi niente. Lunga vita a Lubie che è la micro-micia che mi accudisce tutti i giorni, sopportando me e accoccolandosi vicino a quell’essere paziente di Marco, che sta vivendo la sua di rivoluzione, quest’anno, in questa città per lui nuova, un po’ rognosa. Sono con te, ometto.

Grazie Torino. Perché non mi hai riaccolta a braccia aperte, no, per carità, non sia mai, non è da te! Ma sei tu, da scavare e convincere e sei tu, quella che mi mancava, alla fine. E sei tu che un po’ mi hai rimessa al mio posto, con un movimento che ha la grazia del 10 quando prende quelle curve secche sui binari e ti regala una craniata contro un apposito sostegno. Mi mancavi tu, il tuo cielo sbilenco e la tua assoluta bellezza densa e disincantata.

Non vado avanti coi ringraziamenti, ché non ho scritto un libro ancora e non erano nemmeno previsti nel post.

E il 2020 però lo ringrazio in anticipo, perché una delle leve di Cialdini (“Le armi della persuasione”: se non lo avete letto, leggetelo e basta) è la reciprocità: se io ti do qualcosa, tu ti senti in dovere di restituirmi qualcosa in cambio.
Allora 2020: io ti do gentilezza gratuita. Vorrei lo stesso.
Grazie.

Di argomenti come questo e simili, parlo meglio nella mia pseudo-newsletter, Libellula, che arriva svolazzando più o meno una volta al mese.

Ok, voglio Libellula!

Libellula nasce per parlare di argomenti legati al lavoro da freelance, ma anche di passioni e cose interessanti che scopro. Quando ci sono grandi cambiamenti nel mio sito (servizi nuovi, servizi eliminati, nuove offerte…), potrei volerti informare, ma questo tipo di messaggi saranno sempre minori rispetto al resto.
Trovi tutte le info nella policy del sito web.